[ C. Broschi Farinelli, La solitudine amica: lettere al conte Sicinio Pepoli. Pag 142 ] 49. Dal palazzo del Pardo, 16.2.1738 Eccellenza Cosa vuol dire ch’io devo aver la mortificazione di non ricevere più dei suoi stimatissimi caratteri, tanto più che sono in Spagna l’ho scritto due lettere nelle quale descrivevo all’Eccellenza Vostra la mia situazione con questi Gloriosi Monarchi. L’esser io privo de suoi caratteri forse dà occasioni di poco […] a non farmene degno. Va bene. Ma dispiacerebbe al servitore che simil contento mi fosse privato da qualche suo incommodo, che spero in Dio che non sia! Ciò non ostante rimetto all’Eccellenza Vostra il diploma concessomi da questo Re senza alcuna mia pretesa, da cui potrà comprendere con quanta benignità e pietoso amore sono riguardato. Nel termine della mia partenza –[per] Londra per compire colà i dritti del mio contratto con quella direttione, le Maestà Loro doppo cantata un’aria mi chiamorono ai loro piedi, con dirmi che volevano ch’io restassi al loro Real Servizio. Esposi quello che doveva un giovine onorato con il contratto descritto alla mano. A questo risposero: «Noi rispondiamo al vostro decoro. Resta sopra di noi il tutto». In virtò di questo, sul fatto si diede ordine a questo Ministro di Stato, come al Ministro Britannico di scriverne alla direttione. La Nazione Inglese non ha volsuto perdere il suo dritto, ch’è quello della libertà; così quella direttione, piccatasi, mi diede risposta ch’intendeva ch’io fossi tenuto al contratto senza giudicare altri riflessi. Qui si sono fatte quelle risposte come dovevano. La direttione, in vendetta di non avermi, ha risoluto di non pagare a me la dovuta metà del mio onorario dell’anno scorso: vendetta indegna per chicchesia, e più per un complesso d’una Nobiltà così scelta come quella. Farinelli rispose a questo capitolo a chi doveva che il tenersi le proprie fatiche d’uno che l’ha servita con tanta esattezza ed amore era molto ingiusto il pretesto. Ma se la direttione aveva bisogno di quel denaro lo poteva pretender d’altra maniera, non già di quella maniera che rende questa obbrobriosa e me molto glorioso; tanto più o dell’una o altra forma quel danaro verrà nella mia scarsello, e lo spero con l’augumento. Dio ha esaudito le mie preghiere più tosto di quello ch’io speravo: l’anno prossimo avevo di già fissato il non cantar più in Teatri, non potendo ne più soffrire né le fatiche né il Teatro, né il costume della turba. La Divina Provvidenza, la quale non mi ha mai mancato, ha inspirato nel core di questi Gloriosi Monarchi [per] quel poco mio merito mille clementissime grazie in un punto, onde posso dire adesso con bella pace: «haec est requies mea». Con maggior gloria non potevo lasciare quelle tavole alle quale devo dirne tutto il bene, perché mi hanno condotto al più felice termine della vita umana. Altro non mi resta che di rivedere i miei buoni Patroni lasciati in Italia, e questo lo spero fra poco tempo, e ne avrò la permissione; tanto più per accomodare i miei interessi che ho in Italia e darci un buon sistema. Il diploma che leggerà ha sorpreso ognuno in questo cielo, perché da che è Spagna non è uscito mai l’eguale. In Italia dicono ch’io sono stato avvelenato per la gelosia de’ Grandi. So chi ose simil ciarla al pubblico: l’unione di due marmotte canore; una che si chiama Francesca Cuzzoni, l’altra Francesco Senesini. Si possono compatire questi duoi soggetti. Sono degni d’essere compianti. Sono degni ancora di ringraziamenti. Io, con tutto il veleno, dal primo giorno che qui arrivai seguito quella medesima vita come se fosse sempre il primo giorno. Mi conviene pregare Iddio che mi conserva in salute per continuare la vita presente: mi bevo tutte le sante sere 8 in 9 arie in corpo, non v’è mai riposo. Questa continuazione dovrebbe farmi superbo, considerando quel continuo nell’udito, e per qualche riposo bisogna pregare l’attacco di poca febbre. Da questi segni superficiale potrà sempre più comprendere che non sono ancora stufi del mio poco merito, il quale ha procacciato in me d’esser stato riguardato non come Farinelli, ma come Farinelli ambasciatore. Eccone maggiori prove. Presenti ricevuti. Dalla Maestà del Re un gioiello di famosi brillanti con il Real ritratto. Dalla Maestà [della] Regina una scattola gioiellata; dentro della medesima una polisetta di banco di 500 doble per comprarsi il tabbacco. Dal Real Prencipe un cappello con piuma torchina con una graffa di brillanti all’ultima magnificenza. Dalla Real Principessa una mostra gioiellta con i sigilli uguali, dove v’era legato in anello un brillante di 30 grani. Dall’Infante Don Filippo 400 doble in denaro effettivo, come fece lo stesso l’Infante Cardinale. Più dalla Regina una mostra gioiellata di brillanti e smeraldi con una scattola d’oro tutta liscia. L’ultimo regalo è quello che, lasciando la Sovranità da parte, sono guardato come un figlio tanto dai Primi quanto dalla Real Famiglia. Vi sono quattro Infanti, da’ quali è stata recitata un’operetta in musica e ballata ogni fine d’atto dai medesimi. Signor Conte Sicignio, mi creda ch’io sono remasto stordito in vedere la loro cognizione e la loro grazia. La Maetà della Regina diede a me tutta la facoltà di vestire le quattro Reali Persone; puol considerare l’impegno mio quanto ho studiato di fare il meglio. L’Infante Don Filippo portava una tracolla ad usum Farinelli, con la differenza che le mie pietre erano false, e quelle tutti brillanti che parevano un sole. Portava seco più di 400 cento mila pezze di gioie, fra le quali v’era una pietra portata da me da Londra a questa Regina, che fu paga 20 mila doble d’oro a un certo tal mercante. Martedì passato andò in scena l’opera italiana. Dio, che sussurro, che schiamazzo ha fatto tutto lo spettacolo! Questi Spagnoli, non usi a vedere cose simili, sono rimasti così sorpresi che non si puol dire di più. Tutti sono angeli, ma però tutta la compagnia mi ha una grande obbligazione. Bonavera ha avuto un gran vanto. Il Teatro, da picciolo in poi, è un bellissimo Teatrino. In otto sere l’impresario ha tirato da’ palchi e platea da 16 mila pezze. Beati primi in terra d’orbi. Se così seguiterà, farà un gran negozio. Si è ottenuto il gran punto, ed è quello che Sua Maestà questa Pasqua vuol sentir l’opera nel Ritiro. Le mie suppliche non sono state infruttuose a movere la pietà di questi monarchi ad un passo simile. Questo passo sarà d’una gran fortuna per l’impresario, e non svantaggioso per i virtuosi. Io non posso vederla nella medesima occasione, perché sempre devo essere ai piedi delle Loro Maestà e Famiglia Reale. I miei ossequi a Sua Eccellenza Donna Eleonora Pepoli, come parimente alla signora Marchesa Albergati e codesta gentilissima nobiltà. Supplico Vostra Eccellenza con suo meno incommodo darmi qualche notizia del mio picciol sito comprato; cento saluti al mio Brambilla e signor Conte Fasanini, e con tutta la dovuta circospezione passo ad umiliarmi Dal Pardo, 16 febbraio 1738 di Vostra Eccellenza il più devotissimo, obbligatissimo e ossequiosissimo servitore vero CARLO BROSCHI FARINELLI